Arianna

“Io e te, io e te, come nelle favole…” le note di Vasco risuonano a tutto volume nella Lancia Y bianca, sfrecciante sul rettilineo del lungomare di Termoli.

Il tramonto alle mie spalle, il cielo rosso, come fuoco. Le lacrime scorrono sul mio viso. Sbatto i pugni sul volante e tiro fuori tutta la voce che ho, una voce interrotta dal pianto, che quelle note non riescono a fermare. Sono uscita di casa risoluta e incazzata ma non ho potuto trattenere l’emozione, all’ascolto di quella canzone, che mio marito mi ha dedicato tante volte, quando, mosso da buone intenzioni, mi voleva corteggiare.

Le coincidenze della vita. Diretta in quello studio, con una piccola dose di coraggio, per provare a dare una svolta alla mia vita, e una semplice melodia, proprio in quel momento, mi porta ricordi e dolore in superficie e rende le cose più difficili.

Arrivata in via Caduti sul Lavoro n. 3, parcheggio la macchina, abbasso il volume dello stereo, tiro fuori il fazzoletto dalla borsa e mi asciugo le lacrime, mi guardo allo specchietto, mi do una sistemata e via, pronta!

O forse no, non ancora. Non mi sento ancora pronta. Forse non lo sarò mai.

Entro nello studio, la mia amica, Giulia, segretaria dell’avvocato, mi accoglie. Mi ha convinta lei a rivolgermi a lui, ormai molto tempo fa. Sono passati tre anni da quel giorno e non è cambiato nulla. Mi fa accomodare.

Mi guardo intorno, sono come drogata, anestetizzata. Quello studio, profuma di carta, di libri e cultura e non collima con la mia inquietudine.

Non ho il controllo di me. Cammino avanti e indietro, nella sala d’attesa. Non riesco a stare ferma. Mi rimbomba nella mente il messaggio letto, la sera prima. Matteo si è addormentato e non ho resistito. Il codice che lui ha digitato, davanti ai miei occhi, qualche giorno prima, mi è rimasto impresso e così le mani sulla tastiera sono partite, da sole.

N. 2202, telefono sbloccato.

WhatsApp aperto, in un nano secondo e primo messaggio. Francesca: “E così, mi vieni in mente. Ti ho sognato”. Secondo messaggio. Carla: “Quando ci vediamo io e te?”. Sono incredula. Ma neanche tanto. L’ho fatto apposta. Sapevo di trovare lo schifo e cercavo l’ennesima dimostrazione di quanto lui fosse pessimo. Sono anni che mi tradisce, lo so. Quella prova, quel giorno, mi consegna la forza, di essere in quello studio, con una decisione in pugno.

Nonostante la mia determinazione, però, qualcosa mi rende ancora fragile. Voglio la separazione con tutta me stessa, ma quello che desidero è sempre in conflitto con quello che riesco a fare.

Ora sono qui e chissà che non sia la volta buona.

«Entra Arianna, vieni». La voce dell’avvocato Guidi interrompe i miei pensieri, ossessivi. Giulia è andata via e siamo soli.

«Buonasera avvocato». Saluto educatamente e entro a testa bassa. Sono stata tante volte in quella stanza, abbiamo passato ore e ore a parlare della mia situazione, ma quel giorno è come se fosse la prima volta. Mi siedo di fronte al lui e cerco di essere il più composta possibile.

Lui, scrive al computer. Lo osservo, intento a correggere qualcosa. “Pero’l’occhialino blu, abbinato al colore degli occhi, non l’avevo mai notato fino ad oggi, molto fashion” dico, tra me e me. Qualcosa mi distrae e mi turba. Non mi è mai successo di guardarlo in quel modo. Mi scopro, all’improvviso, affascinata dal ruolo di quest’uomo, oltre che dal suo aspetto, niente male.

Di colpo, alza lo sguardo, mostrando i suoi occhi azzurri, grandi come due fanali e distoglie i miei pensieri. «Allora, ci sono novità?», mi rivolge la domanda, in tono professionale.

«Avvocato, sono disperata» rispondo e torno attenta al motivo per cui sono li, «lo so che lei non è uno psicologo, ma io non so come uscirne», abbasso ancora una volta lo sguardo. «Non lo voglio più, da tempo, ma non riesco a prendere una posizione».

«Ascoltami, qui non si tratta di essere psicologi. Tu non puoi andare avanti così.

Quest’ uomo, che purtroppo è tuo marito, non ti rispetta, non ti ama. Devi agire e non più reagire!» Ribatte, con tono perentorio l’avvocato.

«Ma di cosa hai paura? Sei ancora una bella donna. Hai due figli, ormai grandi. Sei un architetto, di tutto rispetto. Perché devi buttarti via così?» Nel dirlo, con fare deciso, mi fissa. Nel vestitino di jeans, aderente e piuttosto scollato, mi sento a disagio.

Ho lo sguardo di Marco Guidi addosso, ma contraccambio con un sorriso.

Sono penetrata dai suoi occhi profondi. Percepisco un’atmosfera piccante e interessante.

Penso che lui abbia ragione, ho sempre pensato di meritare di più, ma ho sempre subito negli anni la mia dipendenza da mio marito e pagato il poco amore verso me stessa.

Restiamo un po’ silenziosi, l’avvocato prende tempo, aggiustando qualche fascicolo sulla scrivania. Mi chiede la cortesia di prendergli l’agenda, per controllare le udienze del giorno dopo. Poi da uno sguardo all’orologio, si è fatto molto tardi, il tempo è volato senza concludere granché. Dovrei essere l’ultima cliente della giornata.

Penso che sia giunta l’ora di togliere il disturbo e mi alzo dalla sedia. «Avvocato, la ringrazio. Ora vado, si è fatto tardi, ci penso ancora qualche altro giorno, le farò sapere a breve» Guidi mi guarda ancora una volta. Sto per avviarmi alla porta, ma mi blocca il braccio e mi sorprende. «Ti va di farmi compagnia a cena? Ne parliamo meglio».

Non ho bisogno di pensare alla risposta. Non so bene perché ho accettato. Ho agito d’istinto, per una volta. Non ho interesse a tradire mio marito, ma cerco un modo per salvarmi.

In tarda serata siamo in un bar. Seduti sui divanetti, a parlar del più e del meno, come nella canzone di Vasco.

Non desidero sesso con lui. Ho bisogno di tempo. Ma sono raggiante, i segni del pianto di poche ore prima, spariti. Non capisco il perché ma sento benessere, improvviso.

Ho di fronte un uomo che mi ascolta e mi sembra una grande conquista.

Chiedo troppo? Non sono più abituata.

Non ne sono fuori ma stasera mi scatta qualcosa, questo lo so. Un nuovo punto di vista.

Ed è già qualcosa.